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IL MEDIOEVO DELLA PAROLA



Vac significa “parola” in sanscrito. Ma io in realtà non conosco questa lingua: ci sono arrivata davvero vicina e mi è sfuggita per ragioni inspiegabili. In Università si svolgevano corsi di sanscrito proprio nelle stanze accanto a quelle in cui io mi accanivo a studiare il greco e il latino. Non è che io mi fossi dimenticata che da adolescente sognavo l’India e l’Oriente, è che d’improvviso credevo fosse giunto il momento di diventare adulta. E nella vita dei miei adulti immaginari non c’era spazio per una passione chiassosa, colorata, smisurata, che cammina senza scarpe, rimbalza nei tuk tuk e ha la faccia da elefante. Molto più adulto il silenzio tombale della parola di Dio - quello serio, quello rivelato, quello cristiano. Molto più rigoroso, più scientifico, roba per gente che conta. Ed è così che mi sono infilata nel medioevo di Vac.

In via Festa del Perdono io non ho incontrato mai né feste né perdoni. In via del Sacro Cuore non ho incontrato né il sacro né il cuore. In compenso, ho incontrato persone che avevano in pugno il “Sapere”. Che fa rima con “potere”. Sapevano come si fa a costruire una bibliografia e a impostare un indice, come si fa a trasformare un’intuizione in una valida argomentazione, quando si usa la d eufonica e quando è meglio lasciare perdere. Sapevano anche come si deve vestire una donna in Università, chi avrebbe passato i concorsi e chi era amante di chi. Sapevano che per restare in forma pur negando il corpo è sufficiente seguire una rigorosa dieta piramidale: il docente divora la dignità dell’assistente, l’assistente mangia con gli occhi la dottoranda, e così via.

In quegli anni ho visto Vac lentamente farsi vuota e sparire. Avevo perso la capacità di parlare perché per parlare occorre essere liberi. In quella decade di assolutismo e terrore non sono affatto diventata adulta come credevo che mi toccasse fare: sono solo regredita al mutismo che accomuna l’infanzia e la vecchiaia estrema. Eppure, se c’è una cosa su cui molti umanisti concordano, è che ogni medioevo è gestazione di un rinascimento, e più ci penso più mi convinco che in quel periodo il sanscrito mi sia sfuggito semplicemente perché non si è fatto trovare.

Deve essersi nascosto bene perché potessimo incontrarci cent’anni dopo, fuori dal regno degli adulti e dei saperi, in quello spazio vergine e rigoglioso in cui nessuno ha potere su niente. Io e il sanscrito ci siamo innamorati lontani dalla Mecca, fra le sabbie africane, fra i palazzi celesti dei musei che non si pagano, fra le rocce bianchissime e furenti della Carnia friulana, fra gli orti sconclusionati che tappezzano la Martesana. E poi ci siamo baciati in un sottopassaggio, in un vicolo scuro che da sola hai paura, sull’ultimo sedile dell’ultimo giro dell’ultima corsa della 91.

Fino a qualche tempo fa, quando ancora il ricordo del Medioevo mi faceva paura, non mi davo pace al pensiero che il sanscrito mi fosse sfuggito pur essendo così vicino. Oggi invece penso che la distanza sia stata una promessa, una benedizione. Questa lingua che non conosco io non la vorrò mai davvero sapere: preferisco baciarla ogni tanto in un vicolo scuro, dove si baciano gli amori eterni, e impararla al buio, come ha saputo fare Eros prima che Psiche svanisse nella luce. Ho capito che Vac si slega quando ci si tiene lontani dalla strada maestra, che i percorsi più tortuosi e lenti sono congeniali alla libertà della passione. La parola “padronanza” è la peggiore del mondo per me: non vorrò mai avere padronanza del sanscrito, mai. La padronanza è roba da adulti.


Cogliere una radice ogni tanto. Chiudere gli occhi afferrando un suono. Questo è tutto ciò che io posso di fronte alla lingua degli Dei.


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