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Eppure l’India


La mia gonna a Varanasi

In Occidente sappiamo tantissime cose dell’India, ma ce ne sono altrettante che la nostra società preferisce non dire. Ci raccontano la povertà e la malattia di questi luoghi, ma nessuno ci spiega che essere ricchi in India significa avere una stirpe numerosa, e che per ogni malato c’è il miracolo di tutte le vite che si abbeverano al Gange e restano in salute. Ci raccontano i cadaveri che invadono e contaminano questo fiume, ma nessuno ci spiega quanto è morbida la mano del Gange, che nel suo letto accoglie solo le creature più sacre. I bambini, le donne gravide, le mucche e i monaci riposano nell’utero delle acque, mentre agli altri è riservata la pira a cielo aperto; eppure tutti coloro che muoiono a Varanasi conquistano indistintamente Moksha, la salvezza. In Occidente sappiamo che l’India è un luogo difficile, sporco e scomodo, ma nessuno ci rivela quanto è difficile sacrificare l’intera esistenza alla trappola delle comodità ossessive e alla schiavitù dei bisogni materiali inestinguibili. Nessuno ci rivela che tutto è meno difficile di quello che sembra, se una comunità robusta e uno, dieci, cento Dei ti accompagnano.


La morte a Varanasi: il Manikarnika Ghat

Si dice che andare in India lasci il segno e trasformi i cuori, e io sono convinta che se ciò accade è anche perché questo luogo ribalta e denuda alcune piccole, invisibili, necessarie bugie su cui si basano il nostro sistema di valori e il senso stesso delle nostre esistenze robotiche e vincolate. Fortunatamente, per la maggior parte di noi, intuire l’inganno è una vertigine che dura poco, simile al senso di una verità troppo dolorosa per essere trattenuta, uno squarcio d’imbarazzo che l’inconscio è capace di rimuovere alla perfezione appena si ritorna alla catena di montaggio. Eppure quella vertigine lascia una cicatrice che per molti si tramuta in un senso di nostalgia inspiegabile: era tutto effettivamente difficile, sporco e scomodo come me lo avevano raccontato, eppure vorrei tornare.


La vita a Varanasi: Darbhanga Ghat

Per me, invece, quella cicatrice è sempre aperta, e a volte diventa grande come il letto del Gange, come la distanza che separa i bisogni autentici del mio spirito e la pressione incalzante del mio Occidente. Ho provato a costruire una vita che mi consenta di sopravvivere insieme alla mia ferita, e che trasformi questo divario in un cammino di conoscenza e condivisione con il mondo. Sono convinta che questa fatica quotidiana sia il mio karma, e sono felice di affrontarla. Eppure è un sollievo così grande atterrare in India e mettere da parte la fatica per qualche tempo. Quella commozione profonda che sento mentre il mio aereo atterra in questo luogo è certamente una chiamata del daimon, ma è anche un sollievo. Come arrivare sana e salva nel porto sicuro e rilasciare d’improvviso tutte le tensioni, le resistenze e gli espedienti di sopravvivenza messi in atto: finalmente, in questa scomodissima irrazionalità, il mio spirito si può riposare.


Il riposo a Varanasi

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