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DESIDERI E ILLUMINAZIONE


Francesca Woodman, on being an angel

Bonno soku bodai è lo scioglilingua divino che da un anno a questa parte ripeto a bassa voce, con la convinzione che lì si nasconda un grande segreto.


Significa I desideri terreni sono illuminazione.


Questa semplice affermazione ha ribaltato il mio universo e ha trasformato la mia concezione della pratica spirituale e della vita. Prima di Bonno soku bodai, praticavo con l’obiettivo esplicito di eliminare i miei desideri. Lavoravo con la mente per smantellare i miei bisogni, cercavo espedienti razionali che mi aiutassero a mettere da parte le cose che volevo, utilizzavo l’intelligenza per negare le mie pulsioni e disinvestire dai miei desideri. Ce la facevo piuttosto bene, perché in fondo è vero che ogni desiderio è facilmente rimpiazzabile con un altro, ed è altrettanto vero che i bisogni materiali ed esistenziali sono una cortina di fumo che distrae da un grande dato di fatto: la nostra felicità sta altrove, non c’è niente e nessuno che sappia colmare un serbatoio che perde.


Eppure c’era un eppure. Diventare consapevole della vacuità dei miei bisogni, constatare la provvisorietà dei miei desideri, appurare i limiti delle mie pulsioni fisiche e spirituali mi anestetizzava. La ricerca di distacco riduceva innegabilmente il tormento, ma il prezzo da pagare era elevato: mi ritrovavo come annebbiata, sedata, spenta. Questo intontimento coincideva anche con un rallentamento dei miei processi evolutivi: ero come in stallo e dissociata, perché la mente “aveva già capito” che desiderare era inutile, ma la pienezza dello spirito rimaneva distante quanto mi era sempre sembrata, come una spiaggia agognata e irraggiungibile. Mi sembrava di fare benissimo i compiti senza riuscire a imparare davvero la lezione, padroneggiavo la teoria senza trarne alcun beneficio tangibile.




Da quando la Legge mistica del Sutra del Loto e il Bonno soku bodai sono entrati nella mia vita, ho capito dove stava l’inghippo. I desideri non sono esattamente ciò che avevo sempre creduto che fossero, e cioè una sorta di insopprimibile dannazione. I desideri sono anche la sorgente pulitissima della nostra illuminazione. La scoperta stupefacente, innovativa e paradossale, è che i desideri sono al contempo entrambe le cose; anzi, sono una cosa perchè sono anche l’altra. Come il Buddismo insegna, ogni condizione convive necessariamente con la potenzialità del suo opposto: la nostra missione sta proprio nella capacità di tramutare l’inferno in paradiso, l’animalità in saggezza, il desiderio notoriamente “cieco” nella forma più lucente di “visione”.


Tre sono gli aspetti davvero illuminanti che penso di aver intuito nel corso di quest’ultimo anno di fede e pratica.


Per prima cosa, il desiderio rivela le nostre verità più autentiche. Per accostarci con umanità alla comprensione di chi siamo nel presente, dobbiamo essere disposti a guardare in faccia i nostri desideri, rimuovendo le maschere, le scaramanzie, le prudenze e i pudori che li celano. Avere il coraggio di dire “io desidero” significa levarsi il vestito presentabile e restare nudi davanti al proprio specchio. Prima che questo coraggio venga imbracciato, è difficile arrivare al dunque con se stessi e lavorare sulla materia che ci compone “veramente”. Esprimere un desiderio a cuore aperto e investire su di esso le proprie energie è come scrivere su un pezzo di carta le cose che ci fanno arrossire e sforzarci di rileggerle senza abbassare gli occhi. Trovare il coraggio di compiere questo passo è come realizzare che il percorso spirituale non è fatto di chiare, fresche e dolci acque, ma di paludi melmose e di fetide gore. Non si tratta di “angelicare” i nostri pensieri ma di sviscerare i nostri segreti indicibili.


Secondo, ho capito che il desiderio è fatto di due parti: una dimensione grossolana e una sottile. La dimensione grossolana è il suo contenuto - banalmente, ciò che vogliamo. L’aspetto sottile, invece, è l’energia che anima il desidero. Questa energia è ciò che davvero conta, è una sorgente inesauribile di potenza a cui è fondamentale saper attingere. Tempo fa mi è stato detto che la Kundalini è quella forza che interviene nelle fasi cruciali dell’evoluzione, ad esempio quando una specie animale trasforma una parte del proprio corpo per adattarsi all’ambiente. Penso che la Kundalini sia anche quell’intuito speciale che ha permesso agli uomini di compiere opere straordinarie e terribili, “mostruose” in senso etimologico. Ecco, io credo di aver capito che nel minuscolo transito delle nostre esistenze terrene i desideri siano ciò che può muovere questa energia. Sforzarsi di annientare il desiderio significa sacrificare questo dono preziosissimo. Non è difficile comprendere perché, reprimendo il desiderio, possa capitare di sentirsi annichiliti e spenti.




La terza scoperta che ho fatto ha a che fare con la somma di questi due argomenti. Se il desiderio è connesso con la rivelazione di se stessi e con lo stato energetico più elevato, allora si tratta di materia preziosa e alchemica, capace di trasmutare i vili metalli in oro. Quest’ultimo punto è il contenuto del mio lavoro quotidiano, e non sono ancora in grado di spiegare a fondo il perchè e il percome il desiderio sia in grado di trasformare le nostre tendenze karmiche. Quello che posso dire, per ora, afferisce al dominio della pratica e non a quello della teoria. Nel corso di un anno passato a realizzare i desideri invece che eliminarli, ho visto accadere rivoluzioni fuori e dentro. Mentre camminavo in direzione delle stelle, sono accadute cose che credevo sarebbero accadute nella prossima vita: ho incontrato, ho lasciato, ho detto, ho dichiarato, ho scelto. Eppure, l’evento più importante di tutti è impalpabile e indicibile, e ha a che fare con lo stato stato vitale che mi sostiene quotidianamente e con la fede che mi anima. Ha a che fare con il piacere con cui cucino per me stessa e con quel senso di entusiasmo che mi tiene sveglia fino alle quattro del mattino per scrivere, leggere e sorridere al buio.



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