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Allora esiste davvero “questo” Yoga, in India!

Appena arrivata a Rishikesh sono entrata in contatto con la durezza della tradizione. Il primo impatto è stato proprio questo, l’austerità di luoghi fuori dal tempo e dallo spazio, fatti di silenzi solenni e di rigore desolato. Si pratica su tappeti spessi e maleodoranti, la voce degli insegnanti è un sussurro flebile e avaro, la monotonia del cibo è mortificante. Nessuna vibrazione, nessuna celebrazione, nessuna forma di Eros. Spesso, nel corso di questi anni di ricerca, mi sono cacciata in situazioni che mi hanno portata a domandarmi “Perché ti fai questo?” e davvero credevo che quell’epoca per me fosse finita, che non ci sarebbero più state asana devastanti e sequenze militaresche, che fossi ormai arrivata a capire che la via dell’espiazione è nobilissima, ma con me non funziona.


Ebbene, sembra che quell’epoca sia finita sul serio, perché questa volta ci ho messo meno di una settimana a dire BASTA. Ho preso le mie cose, e sono venuta via.


Senza sapere esattamente dove sarei andata a finire, ho ricominciato a vagare per Rishikesh, e di fronte alla bellezza commuovente dell’Himalaya ho intuito una cosa semplicissima: in quegli ashram non c’era neanche una donna. Così vuole la tradizione, dopotutto. Quell’eccesso di energia maschile mi stava depauperando di tutta una parte della complessità della vita e della natura umana. Come si fa stare bene senza Shakti? Impossibile. E naturalmente, nel giro di qualche isolato, la Shakti è comparsa.


Basta guardare per sentire

Proprio dietro l’angolo si materializza una grande porta arancione vibrante che mi chiama a sé. Entro, e trovo l’ashram più colorato e allegro mai visto. Un enorme spazio dedicato alla musica, disegni su tutte le pareti, persone sorridenti, incenso, cuscini, legno e suoni: capisco subito che qui la tradizione ha accettato di cedere il posto alla Vita. Prima di trasferirmi con tutta la mia carovana di vestiti e libri, decido di provare la pratica pomeridiana di asana e, guarda caso, seduta sul palco destinato all’insegnante non trovo l’ennesimo cupo spilungone, ma lei, una giovanissima yogini vestita di bianco. Penso che Odisseo si sia sentito più o meno così di fronte al sorriso di Nausicaa.


Qui celebriamo la puja con il fuoco, cantiamo e balliamo

La mia nuova Maestra dal nome complicatissimo mi ha fatto un regalo enorme, un’ora e mezza di uno Yoga che credevo esistesse soltanto nella mia immaginazione. Tutte le volte che nella mia pratica mi trovo a mescolare posizioni, suoni, visualizzazioni, pause, gesti e respirazioni c’è una Celeste dentro di me che dice: “Smettila, non pasticciare, guarda che in India non le fanno mica queste cose. Contano i respiri, chiamano le posizioni e stop. Sii più rigorosa!”.


E invece sì che esiste questo strano Yoga che per qualche ignota ragione avevo dentro. Nausicaa (la chiameremo così che viene comodo) me l’ha rivelato usando una voce che sembrava venire dal cielo. In questo Yoga, che lei chiama “Hatha Raja”, la padronanza delle posizioni non dipende dalla resistenza, ma dalla morbidezza con cui la lettera “M” vibra e accarezza la cavità delle ginocchia. Più fluida è la vibrazione, migliore è l’asana. Il tapas non ha niente a che vedere con l’intensità dello sforzo - è l’ardore con cui ci si protende verso il Dio delle cellule. In questa pratica la forza non è una questione di muscolo o di tenuta, ma è il vigore con cui riusciamo pronunciare la “A” durante i tre guerreri. Con un tocco dorato e una voce argentina, questa insegnante mi ha suggerito di cercare l’infinito nell’arco di venere: quando la valle delle labbra si rilassa davvero, la pelle sorride e l’inspirazione può accogliere il Brahman.


Alla fine della pratica ero colma di gratitudine, il mio fastidio perenne agli ischi sembrava sparito e la meditazione era totalmente indolore: nessuna lama fra le scapole, nessuna pesantezza sulle spalle. Vorrei regalare Nausicaa a tutti i miei studenti, per condividere con loro la dolcezza del suo balsamo. Mi piacerebbe che venisse a raccontarci che esistono tante strade diverse per incontrare il Mistero, e che almeno una di queste passa attraverso la gentilezza.


Vishva Ji è uno che sa sorridere

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